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michelangelo tagliente 

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Jeff Buckley: un travaglio d’amore

2026-02-08 11:39

michelangelo tagliente

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Jeff Buckley: un travaglio d’amore

It’s Never Over nei cinema a marzo

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Nel 2026 Jeff Buckley avrebbe compiuto sessant’anni.
Chissà che musicista sarebbe diventato: forse l’ispirazione si sarebbe spenta, forse avrebbe continuato a scrivere canzoni indispensabili. Non lo sapremo mai, le acque del Mississippi, a Memphis, lo hanno inghiottito il 29 maggio 1997.

Come accade ai veri miti, la sua scomparsa improvvisa ha fermato l’immagine nel momento della massima intensità, trasformando un uomo in una leggenda: aveva trent’anni.

Eppure, come spesso accade nei destini mitici, Jeff sembrava averlo già previsto.
In Grace scrive:

“La Luna chiede di restare, abbastanza a lungo da farmi portar via in volo dalle nuvole.
Sta arrivando la mia ora e non ho paura di morire.
La mia voce si dissolve, cantando l’amore.”

Un presagio? Forse, ma è anche la consapevolezza poetica che attraversa tutta la sua musica, sempre in bilico tra luce e abisso.

Negli anni Novanta, mentre il mondo era dominato dall’urgenza rabbiosa del Grunge, Jeff Buckley apparve come un’anomalia luminosa. La sua voce, elastica e vertiginosa, era capace di salire e precipitare nello stesso istante.

Quando nel 1994 pubblica Grace, il mondo non è ancora pronto a riconoscerne la grandezza. Eppure, quel disco è già tutto: un esordio folgorante, uno dei più intensi e influenti della storia del rock. David Bowie lo definì “il miglior album mai realizzato”. E non era un’iperbole.

Grace è una fusione impossibile: folk, blues, jazz, rock, romanticismo e tormento, tenuti insieme da una tensione emotiva. La sua versione di Hallelujah di Leonard Cohen è diventata una preghiera laica, fragile e assoluta, capace di riscrivere per sempre il senso di quel brano fino al punto di trasformare l’originale in una cover: succede raramente, succede solo ai miti. Anche con Lilac Wine e Corpus Christi Carol, Buckley trasforma le cover in dichiarazioni intime, come se ogni parola gli appartenesse da sempre. E poi ci sono gli altri incantesimi che portano la sua firma: Grace, Last Goodbye, Lover, You Should’ve Come Over, Mojo Pin, un solo album, eppure sufficiente a entrare nella leggenda.

A quasi trent’anni dalla sua scomparsa, e in occasione dei sessant’anni dalla nascita, arriva nelle sale italiane It’s Never Over: Jeff Buckley, il documentario diretto da Amy Berg, presentato al Sundance Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, in uscita come evento speciale dal 16 al 18 marzo. Berg costruisce il racconto attraverso materiali d’archivio inediti, registrazioni private, testimonianze intime: la madre Mary Guibert, le ex compagne, i musicisti che hanno condiviso con lui palchi e notti, amici e artisti che ne hanno raccolto l’eredità emotiva.

“È stato un travaglio d’amore”, racconta la regista. Un lavoro durato anni, nato dall’urgenza di non ridurre Buckley a un’icona, ma restituirgli la complessità fragile di un essere umano che viveva solo per la musica. Spiega la regista Amy Berg: “Non ricordo un periodo della mia vita in cui non pensassi di fare un film su Jeff Buckley. Ci penso almeno da quando ho iniziato a fare film nel 2006. O forse dal ’94, quando per la prima volta ho ascoltato Grace… Mary, la madre di Jeff, è la prima persona che ho incontrato per abbozzare la cosa. All’epoca, 18 anni fa, lei pensava a un biopic. Ma i suoi materiali d’archivio erano indimenticabili: penso per esempio all’ultimo struggente messaggio vocale lasciato in segreteria telefonica. Io ero certa che ne sarebbe venuto fuori un documentario, e nel 2019 la mia proposta è stata accettata. Un bel travaglio d’amore, per noi che non lo abbiamo conosciuto, avvicinarci a lui il più possibile”.

Tracce di biografia di Jeff Buckley

Jeff Buckley nacque il 17 novembre 1966 nella contea di Orange, in California, e morì in un tragico incidente per annegamento a Memphis il 29 maggio 1997. Emerso nella scena dell’avanguardia dei club di New York nei primi anni Novanta, si impose come uno degli artisti musicali più straordinari della sua generazione, acclamato da pubblico, critica e colleghi musicisti. La sua prima registrazione commerciale, l’EP di quattro brani Live At Sin-é, uscì nel novembre 1993 per Columbia Records: catturava Buckley e la sua chitarra elettrica in un minuscolo caffè dell’East Village di New York, il quartiere che aveva scelto come casa. Al momento dell’uscita, nell’autunno del 1993, Buckley era già entrato in studio per lavorare al suo album di debutto Grace, insieme a Mick Grøndahl (basso), Matt Johnson (batteria) e al produttore Andy Wallace. In quella fase furono registrati sette brani originali (tra cui Lover, You Should Have Come Over e Last Goodbye) e tre cover, tra cui Hallelujah di Leonard Cohen e Corpus Christi Carol di Benjamin Britten.

Il chitarrista Michael Tighe divenne in seguito l’ultimo membro stabile dell’ensemble di Jeff Buckley e co-scrisse il brano So Real, aggiunto all’album poco prima della sua pubblicazione. Grace uscì negli Stati Uniti il 23 agosto 1994. Nel giugno 1994, Jeff Buckley e la sua band intrapresero il primo di una serie di tour consecutivi che si sarebbero protratti per oltre due anni. Molto del materiale eseguito durante i tour del 1995 e 1996 venne registrato e pubblicato sia su EP promozionali, come il Grace EP, sia postumo su album come Mystery White Boy e Live à L’Olympia. Il 13 aprile 1995 venne annunciato che Grace aveva fatto guadagnare a Jeff Buckley il prestigioso Grand Prix International du Disque – Académie Charles Cros 1995, premio assegnato da una giuria composta da produttori, giornalisti, dal presidente di France Culture e da professionisti dell’industria musicale. In precedenza, il riconoscimento era stato conferito, tra gli altri, a Édith Piaf, Jacques Brel, Yves Montand, Georges Brassens, Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Bob Dylan, Joan Baez e Joni Mitchell. Conclusi i lunghi e impegnativi tour di Grace, Buckley iniziò a lavorare al materiale per il suo secondo album. Tra la metà del 1996 e l’inizio del 1997 sperimentò nuove sessioni di registrazione con la band tra New York e Memphis, con Tom Verlaine come produttore. Terminato quel ciclo di sessioni, Jeff rimandò la band a New York, restando a Memphis per continuare a sviluppare il lavoro in corso e realizzando numerose registrazioni casalinghe su quattro piste, da presentare ai compagni di band e ai dirigenti della casa discografica. Alcune erano revisioni dei brani incisi con Verlaine, altre composizioni del tutto nuove. Buckley iniziò anche una serie di esibizioni soliste regolari, ma per lo più anonime, ogni lunedì sera al Barrister’s di Memphis, dove metteva alla prova il nuovo materiale. Il suo ultimo concerto lì si tenne lunedì 26 maggio 1997. La sera della sua morte, Jeff Buckley stava andando a incontrare la band, in arrivo da New York, per dare inizio a tre settimane di prove in vista del nuovo album My Sweetheart, The Drunk; il produttore Andy Wallace, già al lavoro su Grace, avrebbe poi raggiunto il gruppo a Memphis per registrare il disco. Dopo la morte di Buckley, le registrazioni prodotte da Verlaine e i demo di Jeff furono pubblicati da Columbia con il titolo Sketches for My Sweetheart the Drunk il 26 maggio 1998. A quasi trent’anni dalla sua scomparsa, e con numerose uscite postume, l’eredità di Jeff Buckley continua a crescere e la sua musica a vivere. I suoi fan includono leggende del rock, artisti pop, seguaci fedelissimi e un’intera nuova generazione di appassionati in tutto il mondo. L’unico album in studio pubblicato in vita da Jeff Buckley è Grace: “Il miglior album mai realizzato”, disse David Bowie.

 

DIDASCALIE/ CREDITI

 

  1. Jeff Buckley in IT’S NEVER OVER, JEFF BUCKLEY, a Piece of Magic Entertainment release. Photo credit: Merri Cyr. Photo courtesy of Piece of Magic Entertainment.
  2. Jeff Buckley and Mary Guibert in IT’S NEVER OVER, JEFF BUCKLEY, a Piece of Magic Entertainment release. Photo courtesy of Piece of Magic Entertainment.