
Ascoltare oggi il concerto per i cinquant’anni di Rimmel significa fare i conti con un principio che non deve essere dimostrato: quelle canzoni non appartengono più solo a De Gregori, ma sono diventate tessuto connettivo della nostra memoria collettiva. Anche chi non ha mai comprato un suo disco si scopre a cantarne i versi a memoria, segno che “Il Principe” abita ormai lo stesso Olimpo letterario di De André o del suo amato Dylan, finendo di diritto tra le pagine delle antologie scolastiche.
Eppure, il percorso per arrivare sin qui è stato tutt'altro che lineare. La carriera di De Gregori è una parabola che attraversa le ferite e le rinascite dell'Italia musicale, partendo dal trauma del Palalido del 1976 a Milano. Un momento spartiacque dove la musica si scontrò brutalmente con l'ideologia. Quel "processo popolare" sul palco, tra minacce di morte e l'invito agghiacciante al suicidio, segnò profondamente l’artista. Fu un attacco fratricida, arrivato da quella sinistra in cui lui stesso si riconosceva, che lo spinse a un silenzio durato due anni e a una riflessione amara sulla violenza di quegli anni di piombo. Per passere poi attraverso la rivoluzione del 1979 di Banana Republic: Se il Palalido fu il buio, il tour con Lucio Dalla fu la luce dell’estate italiana che cambiava. Fu la "cerniera" tra l'impegno politico d’élite e la nascita del grande rito collettivo negli stadi. Con 600.000 spettatori, De Gregori e Dalla smisero di essere solo cantautori per diventare le prime vere icone pop moderne, aprendo la strada alle grandi adunate che avrebbero poi caratterizzato i decenni successivi. Senza dimenticare che, nel tempo, la musica di De Gregori è diventata anche immagine fotografica. Come dimenticare La leva calcistica della classe ’68, che sottolinea con incanto e malinconia la partita di calcio in Marrakech Express di Gabriele Salvatores? In quella scena, le note del Principe non sono solo una colonna sonora, ma l'anima stessa di un’intera generazione in fuga. E se anche gli perdoniamo a fatica l’aver prestato un gioiello come Sempre e per sempre alle logiche di uno spot commerciale, glielo concediamo con un sorriso complice. Dopotutto, tra le pieghe di una carriera così coerente, sappiamo che quella canzone è una promessa: nonostante i tempi che cambiano e le mode che passano, «sempre dalla stessa parte» lo abbiamo trovato e lo troveremo. Ed è proprio questa coerenza, umana prima che artistica, la nostra garanzia più grande.
Celebrare Rimmel non è un’operazione nostalgia come se ne fanno tante oggi in ambito musicale, ma l’omaggio a un album che ha saputo sopravvivere ai propri traumi. Per farlo, De Gregori ha scelto la via meno scontata: la prossimità dei club. Seguendo la scia del progetto Nevergreen, il cantautore scelto con umiltà di riportare la musica nei luoghi nei quali la distanza tra palco e pubblico si azzera. Così è stato per la tappa al Palmariva Live Club di Portogruaro, dove la dimensione intima ha esaltato un artista in stato di grazia.
Francesco De Gregori, splendido settantacinquenne, è in forma smagliante. La sua voce ha una pastosità nuova, una sapienza antica che viaggia sicura su una band storica e affiatatissima: Guido Guglielminetti (basso), Carlo Gaudiello (piano), Primiano Di Biase (tastiere e fisarmonica), Paolo Giovenchi (chitarre), Alessandro Valle (pedal steel e mandolino) e Simone Talone (batteria), impreziositi dalle voci di Francesca La Colla e Cristina Greco.
L’inizio è un tributo all’amore di sempre: Bob Dylan. Gli echi dylaniani di Cercando un altro Egitto sfumano in una Via della povertà (traduzione di Desolation Row) asciugata per l’occasione. De Gregori si diverte a pescare nel "lato B" del suo songbook, proponendo perle come Atlantide, Compagni di viaggio e l’intensa Deriva. Brani che lui definisce ironicamente "poco conosciuti", ma che per il pubblico hanno la forza vivida dei capolavori.
Prima di iniziare il viaggio dentro Rimmel, quasi a volerci ricordare che anche dopo quel 1975 ha saputo scrivere pezzi immensi, la band attacca La leva calcistica della classe '68. È il preludio perfetto. Poi con le prime note di Piano Bar la celebrazione dell’album del 1975 ha inizio. La scaletta originale viene rimescolata: Quattro cani e Pezzi di vetro (eseguita in un'emozionante versione solo voce e pianoforte) si alternano a Caldo e scuro e Bufalo Bill. Spiccano Le storie di ieri, introdotta da un suggestivo contrabbasso, e la rarità Piccola Mela, dove la voce di Francesca La Colla regala sfumature inedite.
Chiusa la parentesi Rimmel, il concerto esplode nel repertorio più vasto. C'è la meraviglia de La valigia dell’attore, inno liturgico della gente di scena, e la potenza di Generale. Se qualcuno si aspettava un finale solo acustico, viene smentito da Il panorama di Betlemme: qui la band spinge sull'acceleratore regalando rock & roll allo stato puro che scuote il club.
Il sipario cala con il saluto affettuoso di Buonanotte Fiorellino. De Gregori appare sereno, padrone di un palco che non ha più bisogno di proclami, lasciando che siano le canzoni a raccontare tutto, come in un montaggio cinematografico perfetto. Cinquant'anni dopo, Rimmel non mostra nemmeno un graffio. Continueremo a godercelo, come minimo, anche per il prossimo mezzo secolo.
Rimmel 50: De Gregori and the Promise Kept in a Club
Listening to the "Rimmel" 50th-anniversary concert today means facing a principle that needs no proof: those songs no longer belong solely to "The Prince," but have become part of the connective tissue of our collective memory. Even those who have never bought one of his records find themselves singing the lyrics by heart—a sign that De Gregori now inhabits the same literary Olympus as De André or his beloved Dylan, rightfully earning a place in school anthologies.
Yet, the journey to this point has been anything but linear. De Gregori’s career is a parabola that spans the wounds and rebirths of musical Italy, starting from the trauma of the 1976 Palalido in Milan. A watershed moment where music collided brutally with ideology. That "people's trial" on stage, amidst death threats and the chilling incitement to suicide, deeply scarred the artist. It was a fratricidal attack, coming from the very Left he identified with, which pushed him into a two-year silence and a bitter reflection on the violence of those "Years of Lead."
He then moved through the revolution of 1979’s Banana Republic. If the Palalido was the darkness, the tour with Lucio Dalla was the light of a changing Italian summer. It was the "hinge" between elite political engagement and the birth of the great collective ritual in stadiums. With 600,000 spectators, De Gregori and Dalla ceased to be just songwriters and became the first true modern pop icons, paving the way for the massive gatherings that would define the following decades.
Lest we forget, over time, De Gregori’s music has also become a photographic image. How can one forget La leva calcistica della classe ’68, which underscores with enchantment and melancholy the football match scene in Gabriele Salvatores' Marrakech Express? In that scene, the Prince's notes are not just a soundtrack, but the very soul of a generation on the run. And if we find it hard to forgive him for lending a jewel like Sempre e per sempre to the logic of a commercial, we grant it to him with a complicit smile. After all, within the folds of such a consistent career, we know that song is a promise: despite changing times and passing fashions, we have found him—and will find him—"always on the same side." This consistency, human before artistic, is our greatest guarantee.
Celebrating Rimmel is not a mere nostalgia operation, as so many are in today's music scene, but a tribute to an album that survived its own traumas. To do so, De Gregori chose the less obvious path: the proximity of clubs. Following the trail of the Nevergreen project, the songwriter humbly chose to bring music back to places where the distance between stage and audience vanishes. Such was the case for the tour stop at the Palmariva Live Club in Portogruaro, where the intimate dimension heightened an artist in a state of grace.
Francesco De Gregori, a splendid 75-year-old, is in peak form. His voice has a new richness, an ancient wisdom that travels securely over a historic and tightly-knit band: Guido Guglielminetti (bass), Carlo Gaudiello (piano), Primiano Di Biase (keyboards and accordion), Paolo Giovenchi (guitars), Alessandro Valle (pedal steel and mandolin), and Simone Talone (drums), enriched by the vocals of Francesca La Colla and Cristina Greco.
The beginning is a tribute to his lifelong love: Bob Dylan. The Dylanesque echoes of Cercando un altro Egitto fade into a version of Via della povertà (his translation of Desolation Row), stripped down for the occasion. De Gregori delights in digging into the "B-sides" of his songbook, offering gems like Atlantide, Compagni di viaggio, and the intense Deriva. Songs he ironically defines as "lesser-known," yet which hold a vivid, masterpiece-like power for the audience.
Before starting the journey into Rimmel—as if to remind us that even after 1975 he wrote immense pieces—the band attacks La leva calcistica della classe '68. It is the perfect prelude. Then, with the first notes of Piano Bar, the celebration of the 1975 album begins. The original tracklist is shuffled: Quattro cani and Pezzi di vetro (performed in a moving voice-and-piano version) alternate with Caldo e scuro and Bufalo Bill. Highlights include Le storie di ieri, introduced by a suggestive double bass, and the rarity Piccola Mela, where Francesca La Colla’s vocals offer brand new nuances.
Once the Rimmel parenthesis is closed, the concert explodes into a wider repertoire. There is the wonder of La valigia dell’attore, a liturgical hymn for the people of the stage, and the power of Generale. If anyone expected a purely acoustic finale, they were proven wrong by Il panorama di Betlemme: here the band pushes the accelerator, delivering pure rock & roll that shakes the club.
The curtain falls with the affectionate farewell of Buonanotte Fiorellino. De Gregori appears serene, a master of a stage that no longer needs proclamations, letting the songs tell the story, like a perfect cinematic montage. Fifty years later, Rimmel doesn't show a single scratch. We will continue to enjoy it, at the very least, for the next half-century.
