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michelangelo tagliente 

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Lamante, non dico addio

2026-05-15 20:43

michelangelo tagliente

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Lamante, non dico addio

Un canto di dolore, sogno e luce

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Nel tempo delle canzoncine da ascensore dischi come Non dico addio valgono quanto tutto l’oro custodito nei caveaux di Palazzo Koch. Non soltanto perché Lamante possiede una maturità di scrittura e un’intensità interpretativa che costituiscono un'eccezione quasi sfrontata rispetto alla fragilità della musica di oggi, ma perché dentro le sue canzoni continua a esistere qualcosa di sempre più raro: l’urgenza degli artisti veri, capaci ancora di scavare nelle viscere delle emozioni senza preoccuparsi di addomesticarle.

Giorgia Pietribiasi, alias Lamante, sembra muoversi in una dimensione che ha molto più a che fare con l’espressionismo che con una semplice idea di cantautorato. Non in senso musicale, naturalmente, ma nel modo in cui costruisce immagini, atmosfere, colori interiori. Le sue canzoni, ma anche i video che le accompagnano, funzionano come tele emotive attraversate da tonalità accese, contrasti violenti. Anche i corpi, le parole, gli oggetti diventano materia viva, carnale.

Basta osservare il video di Una magia più forte della morte per comprendere fino in fondo questa tensione artistica: figure spigolose, visioni oniriche, immagini che trasformano il dolore in linguaggio simbolico. E alla domanda implicita del brano cos’è davvero “la magia più forte della morte”? Lamante finisce per rispondere nel modo più semplice e più devastante possibile: è l’amore che sopravvive.

Il nuovo lavoro di Lamante è un’opera che ha la capacità di trasformare un dolore personale in qualcosa che appartiene anche agli altri. Non serve conoscere nel dettaglio il lutto che attraversa queste canzoni: quella ferita arriva comunque, con una forza quasi fisica, perché viene tradotta in immagini, suoni, tensioni emotive che parlano un linguaggio universale. Eppure, il disco non rimane mai imprigionato nel dolore. Riesce invece ad andare oltre, a cercare ciò che può esistere dopo il crollo, dopo il baratro.

Lamante si muove nel solco di quel cantautorato rock che è da sempre la sua casa. Una casa sonora che qui si espande attraverso il prezioso lavoro di scrittura e produzione fatto assieme a Taketo Gohara, complice ideale nel dare profondità e materia a queste canzoni.

Giorgia Pietribiasi ha spiegato come il disco sia stato accompagnato per due anni da un’intensa attività onirica, popolata da oggetti e visioni poi diventati presenze concrete: uova di struzzo, vetrine di capelli, gabbiani di legno. Ogni sogno veniva cercato, costruito, trasformato in materia reale. La sua casa si è progressivamente trasformata in una sorta di officina, un luogo dove costruire oggetti quando le parole non bastavano più.

Anche la scelta del luogo di registrazione segue questa logica quasi rituale. Dopo una prima lavorazione in studio a Milano che non riusciva a restituire autenticità ai brani, Taketo Gohara ha intuito la necessità di spostare tutto altrove, in uno spazio capace di far risuonare davvero quelle canzoni. Così, tra piccole chiese di provincia veneta e sopralluoghi surreali, la scelta è ricaduta sulla Chiesa di San Francesco di Schio, il paese d’origine dell’artista. Un ritorno fisico e simbolico nei luoghi dell’infanzia, dove, Lamante ha potuto registrare il disco circondata dagli oggetti nati dai suoi sogni, immergendosi completamente nel loro immaginario.

Da qui prende forma un album che si muove continuamente tra terra e assenza, memoria e desiderio, corpo e spirito.

Il disco si apre con Un elenco di 11 cose, brano che racconta il concepimento e la nascita di qualcosa di nuovo, partendo dal silenzio come elemento originario.

In Governatevi Lamante riflette sulla rabbia collettiva e sul bisogno di imparare a governare ciò che si muove dentro di noi. Il finale, con quell’“disarmatevi” ripetuto come un’invocazione, è uno dei momenti più forti del disco. Nella strofa riaffiora anche una suggestione che rimanda all’Ivano Fossati dei tempi migliori.

Una magia più forte della morte, il brano da cui tutto è partito, attraversa il tema del lutto mantenendo però sempre aperto uno spiraglio di speranza.

In Rimani con me vita e morte convivono in uno spazio sospeso, dove la perdita continua a dialogare con la presenza.

La title track Non dico addio prova invece a trasformare il dolore in memoria, partendo da una domanda centrale: “possono i morti salvare i vivi?”.

Un canto nuovo guarda al futuro e alla possibilità di ricominciare anche dopo una frattura profonda.

In La stanza del figlio emerge una riflessione sulla solitudine contemporanea e sul rapporto con la figura materna.

Dopo di te racconta ciò che resta di un amore una volta attraversata insieme una soglia emotiva.

Ne Il mondo è quello che deve ancora venire convivono paura e speranza: il timore del presente e il desiderio di immaginare comunque un futuro.

Infine Ritorneremo a guardare il cielo chiude il disco con l’immagine di due astronauti sospesi nello spazio che continuano a immaginare un ritorno possibile alla vita e all’amore.

 

Non dico addio trova il suo punto più profondo non nel dolore che racconta, né nella perdita che attraversa quasi ogni brano, ma nella capacità di continuare a immaginare qualcosa dopo, lontano dalla retorica della guarigione a tutti i costi e molto più vicino alla fragile ostinazione di chi decide comunque di restare umano, più umano.

Per questo il disco di Lamante finisce per essere, in maniera quasi inattesa, anche un album di speranza. “Canterò un nuovo canto per te / Ti prenderò la mano / Darò alla luce un nuovo figlio/ Avrà qualcosa che avrà la forza del mondo”, canta Lamante. Creare ancora, amare ancora, continuare a generare senso nonostante tutto.

 

Dopo l’uscita del disco, Lamante porterà la sua musica dal vivo con un nuovo tour, organizzato da Locusta Booking, che partirà il 23 maggio dal MI AMI Festival a Milano.

Di seguito il calendario dei concerti, in aggiornamento:

23 – mag    Milano MI AMI

29 – mag    Roma Spring Attitude Festival

13 – giu       Forno (MS) Musica sulle Apuane

05 – lug       Recanati (MC)  Memorabilia Festival

10 – lug       Firenze   Ultravox

11 – lug       Santa Sofia (FC)    Rumors Festival

16 – lug       Collegno (TO) Flowers Festival

24 – lug       Corigliano d‘Otranto (LE) SEI Festival

26 – lug        Conversano (BA) Casa delle Arti

30 – lug        Monteverdi Marittimo (PI)  Musicastrada

31 – lug        Bagnocavallo (RA) 80° anniversario del suffragio universale

01 – ago       Gradisca d’Isonzo (GO) Onde Mediterranee

19 – set       Tonadico (TN) Saz in Town

 

Lamante, I Do Not Say Goodbye. A Song of Pain, Dreams and Light

In an age of elevator-song music, albums like Non dico addio are worth as much as all the gold locked inside the vaults of Palazzo Koch. Not only because Lamante possesses a songwriting maturity and an interpretative intensity that feel almost defiantly exceptional compared to the fragility of today’s music scene, but because within her songs there is still something increasingly rare: the urgency of true artists, those still capable of digging deep into the viscera of emotion without worrying about taming it.

Giorgia Pietribiasi, known as Lamante, seems to move within a dimension far closer to Expressionism than to a conventional idea of singer-songwriter music. Not musically, of course, but in the way she builds images, atmospheres and inner colors. Her songs — and the videos accompanying them — work like emotional canvases crossed by vivid tones and violent contrasts. Bodies, words and objects all become living, carnal matter.

Just watching the video for Una magia più forte della morte (“A Magic Stronger Than Death”) is enough to fully understand this artistic tension: jagged figures, dreamlike visions, images transforming pain into symbolic language. And to the implicit question raised by the song — what truly is “the magic stronger than death”? — Lamante ultimately gives the simplest and most devastating answer possible: love survives.

Lamante’s new work is an album capable of transforming personal grief into something shared. There is no need to know the details of the mourning that runs through these songs: the wound reaches the listener anyway, with almost physical force, because it is translated into images, sounds and emotional tensions that speak a universal language. And yet the record never remains trapped inside pain. Instead, it moves beyond it, searching for what may still exist after collapse, after the abyss.

Lamante moves within the tradition of rock-infused songwriting that has always been her natural home. A sonic home expanded here through the precious writing and production work carried out alongside Taketo Gohara, the ideal accomplice in giving depth and substance to these songs.

Giorgia Pietribiasi explained that the album was shaped over two years by intense dream activity populated with objects and visions that later became real presences: ostrich eggs, hair showcases, wooden seagulls. Every dream was searched for, built and transformed into physical matter. Her home gradually turned into a sort of workshop, a place where objects had to be created whenever words were no longer enough.

Even the choice of recording location followed this almost ritualistic logic. After an initial recording session in Milan failed to capture the songs’ authenticity, Taketo Gohara realized everything needed to move elsewhere, into a space capable of truly resonating with the music. So, after wandering through small provincial churches in Veneto and surreal scouting sessions, the choice fell upon the Church of San Francesco in Schio, the artist’s hometown. A physical and symbolic return to childhood places, where Lamante recorded the album surrounded by the objects born from her dreams, immersing herself completely in their imagery.

From there emerges an album constantly suspended between earth and absence, memory and desire, body and spirit.

The album opens with Un elenco di 11 cose (“A List of 11 Things”), a song about conception and the birth of something new, beginning from silence as an original element.

In Governatevi (“Govern Yourselves”), Lamante reflects on collective anger and the need to govern what moves within us. The ending, with the repeated invocation “disarm yourselves,” is one of the album’s most powerful moments. Certain passages even recall the finest work of Ivano Fossati.

Una magia più forte della morte, the song from which everything began, explores mourning while always leaving room for hope.

In Rimani con me (“Stay with Me”), life and death coexist in a suspended space where loss continues to dialogue with presence.

The title track Non dico addio (“I Do Not Say Goodbye”) attempts to transform pain into memory, starting from one central question: “Can the dead save the living?”

Un canto nuovo (“A New Song”) looks toward the future and the possibility of beginning again even after deep fracture.

In La stanza del figlio (“The Son’s Room”), reflections emerge on contemporary loneliness and the relationship with the maternal figure.

Dopo di te (“After You”) tells the story of what remains after crossing an emotional threshold together.

In Il mondo è quello che deve ancora venire (“The World Is What Has Yet to Come”), fear and hope coexist: fear of the present and the desire to imagine a future anyway.

Finally, Ritorneremo a guardare il cielo (“We Will Return to Look at the Sky”) closes the album with the image of two astronauts suspended in space, still imagining a possible return to life and love.

Non dico addio finds its deepest meaning not in the pain it tells, nor in the sense of loss running through almost every song, but in its ability to continue imagining something afterward — far from the rhetoric of forced healing and much closer to the fragile stubbornness of those who choose to remain human, even more human.

For this reason, Lamante’s album unexpectedly becomes a record about hope as well. “I will sing a new song for you / I will take your hand / I will give birth to a new child / It will have something with the strength of the world,” sings Lamante. To create again, to love again, to continue generating meaning despite everything.

 

Ph Rose Mihman